gennaio 16, 2003

non parlo spesso del mio lavoro
In questi giorni sto ritoccando qualche centinaio di fotografie più o meno di recupero (bisogna contenere i costi).
E'un lavoro che, nella sua estrema ripetitività meccanica, mi piace perché mi permette di spegnere alcune zone del cevello mantenendone altre (per un totale di - probabilmente - sedici neuroni) accese e vigili. Non c'e' bisogno di essere 'creativi' in senso stretto, ma di capire quali sono i problemi e risolverli nel miglior modo possibile, cercando un compromesso e evitando di perdere del tempo che, come sempre, stringe. In sottofondo una playlist da ergastolo alla Cayenna.
Photoshop fuma e anch'io, direi troppo: "a nastro" è forse la definizione più corretta.
Sempre meno di Gianluca Neri, devo dire. Da quando ha installato la webcam ho trovato uno che ne fuma più di me. Chi ama brucia. (se questa vi accende il diciassettesimo neurone, avete trent'anni o più).
Anzi, tra un po'devo scendere a comprare le sigarette.
Fuori dalla finestra passano i treni, e dal buco nel vetro (per il condizionatore) lasciato aperto per cambiare l'aria arriva l'eco smorzato del traffico insieme ad un soffio di aria gelata che mi gela la mano sinistra. C'e' anche un po'di nebbia, qui è raro.
Tra una passata di curve (ctrl+M), un bilanciamento del magenta (ctrl+B) e una prova col profilo colore (ctrl+shift+K) per il rotooffset, da me pazientemente elaborato dopo un numero imprecisato di tentativi (nero secco, preciso, come piace a me), dipano - mi vergogno un po' a dirlo - un rosario di improperi nei confronti degli autori delle foto, e medito se non sarebbe il caso di istituire il reato di "esercizio abusivo della professione di fotografo" associato al "porto non autorizzato di fotocamera digitale".