agosto 04, 2002

perché io parto, parto, voglio partire. in macchina, in treno, a piedi, non me ne frega, ma ho voglia di mettere un bel po'di chilometri tra noi e tutto il resto, andiamo via, io e te, dritti fino al mare, svolta a destra e poi bordesan bordesando fino a dove, o quando, ci sentiremo di nuovo liberi, almeno per un po'. E'già successo, qui, ti ricordi ? e anche qui, e in qualche altro posto, ma non sono poi così tanti, a pensarci bene. E ho guardato, ma alcuni nemmeno esistono su Internet, per fortuna. Ma li conosciamo bene, e sappiamo riconoscerne uno nuovo, quando ci siamo dentro. Dentro, non davanti. A un certo punto ti siedi, accendi una sigaretta e ti fermi, assolutamente. E lasci girare la terra. E lì è quando sei arrivato, e magari sai che domani te ne riparti, ma non ha importanza. Perché ci sono posti che sono lì da molto prima dell'uomo, e dicono qualcosa, e noi lo sentiamo, forse è un dono davvero, o una sensibilità particolare, come l'orecchio assoluto.

E allora chiudiamo tutto, facciamo i conti, masterizziamo gli ultimi lavori e partiamo, visitiamo musei, passeggiamo lungo le spiagge, spediamo cartoline, perchè è giusto, anzi doveroso fare i turisti quando si è in viaggio, e lo sai che mi piace. Ma tanto non ci riesce bene. Finiamo sempre a cacciare il naso dove non ci hanno invitato, a far la spesa nei mercati, a mangiare nelle bettole del porto vecchio (non andateci, è pericoloso), dove il vecchio proprietario arabo dopo le merguez ci regala un tè alla menta e un sorriso a 32 denti e 24 carati, a parlare con i dropouts nei parchi, a mimetizzarci, mescolarci, melanger, mezclar, to mix, mischung...