marzo 10, 2003

In morte di un luogo della memoria.

"Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire."
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano




Franco, il mese scorso, ha scritto un bel post nel suo blog sulla chiusura della libreria Marzocco. Non avevamo ancora finito di asciugarci gli occhi per la fine ingloriosa, soffocata dai debiti e dallo sfratto (per far posto, ovviamente all'ennesima boutique dello stracciaiolo di lusso) della Seeber di via Tornabuoni, ormai ridotta da strada simbolo della fiorentinità altoborghese ad un mall a cielo aperto per shopping di lusso.
Per restare nella stessa strada, il primo ad andarsene è stato Ceccherini, storico quanto (diciamolo) antipatico negozio di strumenti musicali che però ha avuto la fortuna di spostarsi di poche centinaia di metri per lasciare il posto a Hermes, poi è stata la volta di Giacosa, l'inventore del Negroni, mica palle, che si è dovuto fare in là per i jeans strappati di Roberto Cavalli (glieli strappa con delle frese un tale di Treviso, giuro).
Il nostro concittadino stilista dalla chioma argentea ha però magnanimamente deciso di ospitare il bar nella sua boutique, dedicandogli uno spazio, ovviamente in stile, con le seggioline zebrate. Culo.
Ormai resiste solo il Procacci, con il banco di marmo, e le guantierine ricolme di panini tartufati e al consommé appena preparati, antesignano d'elite dell'happy hour a base di sottaceti, maccheroni freddi scotti e risi conditi con la maionese, da accompagnare a cazzate varie più o meno alcooliche ed allungate. Ma per quanto ancora?


Io già mi incazzai quando chiuse la libreria Cima, un ambiente bellissimo (ancorché fighetto) pre-boom della new economy, dotato di internet point e di caffetteria - DADA occupava i locali adiacenti quindi la connettività non era un problema. Esperimento fallito, forse perché troppo avanti con i tempi, di libreria come spazio culturale 'aperto'.

Il Marzocco, dicevo. Eccolo qui, il simbolo di Firenze, protetta dal leone di San Marco. Il fatto che il patrono della città poi sia San Giovanni Battista è del tutto accessorio ai fini dell'economia della storia.
L'originale, di Donatello, è al museo del Bargello, mentre alla libreria Marzocco, nel salone centrale, detto appunto "Sala del Leone", c'è una riproduzione.

L'importanza del Marzocco per chiunque a Firenze abbia frequentato le regie scuole, di ogni ordine e grado, l'ha espressa perfettamente Franco. Io ci ho trovato tutto quello di cui mai posso aver avuto bisogno (e non sono uno facile). La vita a deux con un'ex studentessa di filosofia mi ha fatto vedere il resto. Ho visto commessi sparire per mezze ore in cerca di un introvabile saggio di ermeneutica, e riemergere (da dove?) sventolando l'ultima copia rimasta (l'ultima copia dell'emisfero boreale, si intende). Se un libro al Marzocco non c'é, probabilmente non esiste.
Oppure, un commesso forse non particolarmente sorridente ma sicuramente preparato te lo fa avere in quindici giorni al massimo.

Io, e lo dico con un certo orgoglio di amante dei libri, ho lavorato in una libreria.
Precisamente, dalla concorrenza: l'altra 'grande libreria antica' di Firenze: Le Monnier. Faceva parte dei lavoretti 'stagionali' che si facevano per mettere insieme qualche soldo andare da luglio a settembre a stivare nel magazzino le decine di migliaia di libri scolastici che poi, in un rush pauroso avremmo venduto alle torme di ragazzini all'apertura delle scuole. Alla fine, l'esperienza mi è fruttata un basso e una chitarra, e un certo feeling per le librerie, dovuto anche al fatto che, "sapendoci fare", mi facevano stare "al pubblico" e vendere anche i libri "normali".
Il Marzocco, per noi, era l'esempio da seguire, e gli impiegati ci raccontavano storie di efficienza austroungarica.

Negli ultimi anni, però, i segni della crisi si cominciavano a vedere. La concorrenza delle più moderne librerie generaliste era incalzante e il 'business model' della libreria dove vai, prendi un libro ed esci (magari dopo aver pagato) senza:
a) sederti su un divano a leggerne un po'
b) prendere un caffé
c) collegarti ad internet
d) ascoltare qualche CD
era chiaramente perdente.

Il "qui non dura altri sei mesi" è arrivato quando è chiuso il reparto scientifico ed è stata aperta una sezione dove venivano radunati i fondi invenduti (ed invendibili) con sconto al 70% per fare cassa.

Bene, adesso ci siamo, e la brutta notizia me l'ha data proprio Franco.

Ma una libreria del genere non chiude dall'oggi al domani. C'è, ci deve essere, una lunga agonia, la morte del gigante deve essere triste e disonorevole, è scritto in tutte le storie.

Ci siamo stati sabato, e la tristezza è indescrivibile. Gli scaffali quasi vuoti, la libreria svende tutto al 30% anche li' per fare cassa e pagare i debiti e gli ultimi stipendi, piena di gente, forse per curiosità, forse per l'occasione, forse per aiutare (è anche possibile, qui siamo così).

Alla cassa, nonostante la coda, abbiamo chiesto alle cassiere che ne sarebbe stato di tutto ciò, di loro. "Non c'e' che sperare, magari trovare un'altra libreria che assume, ma è difficile", ci hanno risposto.

Anche noi abbiamo fatto il nostro dovere e, andandocene con qualche chilo di libri in più e più di cento euro in meno, ci chiedevamo se il nostro era un'atto di sciacallaggio o un estremo atto di amore. Forse l'unica cosa che si può fare, abbiamo concluso.

Non l'unica, in effetti:
giovedì 13, dalle 12 alle 14 c'è una specie di festa di addio, cui interverranno docenti universitari, amministratori, scrittori, lettori e clienti per 'vedere cosa si può fare', e avviare una raccolta di firme a sostegno della libreria.

Io ci sarò. I fiorentini e toscani che ogni tanto leggono questo blog provino, se possono, a esserci.