Oggi, per la prima volta nella mia vita, ho segato un albero.
Un nespolo, per la precisione, che cresceva nel mio terrazzo da boh, quindici anni.
Ho dovuto farlo perché tra pochi giorni, pioggia e freddo permettendo, dovremo fare dei lavori e l'albero era talmente grande, soffocato nel suo vaso, che non saremmo riusciti a spostarlo fuori di casa (giù da tre piani di scale senza ascensore, poi).
Per smantellare e ridurre a qualche fascio di foglie mezze verdi e mezze gialle e un po'di legnetti quindici anni di lavoro, ci sono voluti dieci minuti. Sono quasi deluso.
Certo, ha opposto resistenza: il legno verde (è buono il profumo del legno verde) è flessibile, elastico, impregnato di umori, impasta i denti della sega (Sandvik, svedese, mi verrebbe da pensare ad un IKEA al contrario, o a un complotto svedese che ci fa smontare alberi e montare mobili montabili, ma gli svedesi al di là del Surstromming non sono capaci di crudeltà), la segatura, mossa dal vento, ti entra negli occhi, ma in dieci minuti ho finito lo stesso.
Faceva anche frutti, delle nespole piccolette, ma dolcissime, ed era una lotta con i merli che - nella stagione giusta, si appostavano sulle antenne vicine e - zac - in pochi secondi ti lasciavano la buccia arancione e i semi, marroni, lucidi, beccando la polpa con una precisione incredibile. Ma una dozzina di nespole tutti gli anni ce le siamo pappate.
Quest'albero è sopravvissuto a mia madre, e qualche nespola l'ha divisa anche con la L, una donnina simpatcissima e sempre vestita di nero, alta un metro e venti (senza baffi, s'intende) che veniva ad assisterla nelle ultime settimane della sua malattia, con cui ogni tanto, nelle pause del lavoro mi andavo a fumare una sigarettina in terrazza (io le mie, lei le sue, beninteso, che le Linda mi hanno sempre fatto strabuzzare gli occhi).
Non so perché l'ho tagliato oggi, forse perché andava fatto, perché mi dispiaceva vederlo ancora lì, uguale a sempre, rimandando da un giorno all'altro (è freddo, probabilmente i muratori non verranno questa settimana, pioverà, non si può posare cemento o mattonelle quando piove). Forse perché ho qualcosa da rimproverarmi, o da far pesare a qualcun'altro.
Perché quando, per incidente o per disegno, dai piccole delusioni a qualcuno e ci resti male, quando rimandi qualcosa come se ti illudessi di avere sempre una seconda possibilità, a me prende quello che qui si chiama il morbino, l'impossibilità di star fermo, tra il nervoso e l'incazzato, il bisogno, quasi fisico, di far qualcosa.
Un po'come quando devi farti un'iniezione. Pensi: chiudi gli occhi, trattieni il respiro, rilassati, non fa male.
Non fa male.
Non fa male.