gennaio 27, 2005

Un giorno della memoria come tanti altri.

Tutti ad Auschwitz, per ricordare. Gli Ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali, i comunisti, i dissidenti. Stelle gialle, triangoli rosa...

Per ricordare anche, ma non lo dice nessuno, che se non siamo ancora qui con la camicia bruna e il braccino alzato non lo dobbiamo solo al soldato Ryan, ma anche al soldato Piotr, e ai venti milioni di suoi compatrioti che ci hanno lasciato le penne. Il Russische Denkmal in Karlsplatz a Vienna illumina un filino la cosa. Che la storia la scrive chi ha vinto, di solito. Chi ha "solo" partcipato, meno.

Quaranta capi di stato raccolti dove ogni anno ci ricordiamo che il nostro peggior nemico, siamo noi.

Che la prima tentazione, mentre son dentro, sarebbe quella di chiudere il cancello un'altra volta.

Ma la lascio correre, e passo alla seconda.

Che sarebbe di fargli sfilare davanti i ventimila che sono morti di fame e di sete nella sola giornata per la memoria. Ogni anno, tutti gli anni, Auschwitz si ripete più grande.

E i duecentomila che sono rimasti sott'acqua a natale. Perché non ci sono abbastanza soldi per far funzionare una radio in ogni villaggio.

E le centinaia, migliaia che sono in fondo al mare tra Tunisi e Lampedusa. Ma ormai quelli non fanno più notizia.

E le decine di migliaia cui è stata democraticamente esportata un po' di democrazia, insieme alle migliaia di quelli che la democrazia dovevano esportargliela.

Vediamo di ricordarceli anche domani.